TEDxRoma intervista gli Speaker – Amedeo Balbi

Di Lucio Lussi

Cosa vuol dire essere un “game changer” dell’astrofisica? E chi sono adesso i game changers del settore?

Tutta la ricerca scientifica è, per sua natura, potenzialmente in grado di cambiare i giochi. Si tratta di trovare un modo nuovo o originale di vedere le cose, di portare alla luce aspetti della realtà che non conoscevamo. Ogni grande scoperta scientifica cambia il mondo molto di più di quanto non faccia, ad esempio, la politica. Non credo però che vada enfatizzato il ruolo del singolo. La scienza è un’impresa collettiva, quindi parlerei di scoperte che cambiano i giochi, piuttosto che di un singolo individuo.

Tra le sue “priorità” professionali c’è quella di diffondere la scienza al grande pubblico e non solo agli addetti ai lavori. In che modo si possono combinare ingredienti apparentemente lontani come passione, bellezza, emozioni umane e scienza?

Io sono convinto che nella scienza ci sia una componente enorme di bellezza e di emozione, magari non è immediatamente evidente a tutti perché bisogna superare il pregiudizio sulla sua difficoltà. È sufficiente farle venire fuori, trovando le chiavi giuste. La comprensione scientifica può aggiungere molto all’esperienza che abbiamo della realtà, può addirittura trasformarsi in una forma di profonda contemplazione.

Da Faraday a Becquerel a Cavendish. Ha raccontato le storie degli scienziati nella sua ultima opera “Cercatori di meraviglia”. Quale modello incarnano queste figure nella società dei nostri tempi?

Oggi è più difficile trovare esempi di scienziati come quelli, appartenevano a un’epoca in cui si potevano dare grandi contributi individuali: la scienza moderna è un lavoro molto più collettivo. Quello che non cambia è l’atteggiamento ideale dello scienziato nei confronti del mondo, una combinazione di spirito critico e meraviglia,

Quali consigli darebbe ad un giovane che intende fare della scienza e della divulgazione il suo mestiere?

Sono due strade abbastanza diverse. Il primo consiglio che darei, comunque, è di iniziare facendo scienza. C’è bisogno di scienziati che sappiano raccontare il proprio mestiere, ma per divulgare bene bisogna prima avere una conoscenza piuttosto profonda delle cose che si comunicano.

I social network tendono a “semplificare” la comunicazione, che adesso deve fare i conti con i 140 caratteri di Twitter e con la lunghezza ottimale di un post su Facebook. Per la divulgazione scientifica si tratta di una grande opportunità per arrivare a tutti o un rischio di eccessiva semplificazione e perdita di scientificità?

È un’opportunità, ma va usata nel modo giusto. Bisogna essere consapevoli dei limiti dei mezzi che, di volta in volta, si usano. Chiaramente, un post su twitter o Facebook è una cosa ben diversa da un articolo o da un libro. Sono arnesi in più nella cassetta degli attrezzi, ma non bisogna confondere uno strumento con l’altro.