In tempi non sospetti avremmo parlato di cambiamento come qualcosa di attuabile, come la grande trasformazione per la quale ci stavamo preparando, il miracolo dei nostri tempi pronto a sostenere e migliorare il modo di pensare la struttura della nostra società, un futurismo nell’ideale collettivo che permette ancora di sognare e di proiettarsi verso utopie lontane ma, ora più che mai, rassicuranti. 

Oggi, che il cambiamento lo si invoca come liberatore, riscoprendolo in ogni declinazione di smart working e solidarietà digitale che ingolfano il web e inorgogliscono la società, in ogni adattamento della vita alle contingenze straordinarie ed estreme a cui siamo stati costretti, l’idea di poter muoversi e modificare ogni aspetto della nostra esistenza non è più solo ciò che di più auspicabile e risolutivo possiamo augurarci, ma esattamente la direzione verso la quale ci convinciamo di lavorare.

Cambiamento e innovazione figurano nelle nostre conversazioni spesso come sinonimi, legati al fascino che l’idea di un futuro differente – e per questo migliore – dalla situazione attuale garantisce. Il culto avanguardistico del credere che i tempi che verranno saranno più felici degli attuali resta per la nostra cultura, per il nostro pensiero, una grande forma di rassicurazione. 

Per dirlo con le parole di Jared Diamond, studioso di fisiologia e di biologia evolutiva, il rinnovamento, tanto personale quanto sociale risulta essere ad oggi l’unica via salvifica, tanto più se effettuato come reazione per riprendersi da calamità di diverse origini, mettendo in pratica efficaci strategie di semplice accettazione e in seguito adattamento,  trasformando le proprie abitudini.

«Tutti, a ogni livello, si trovano prima o poi ad affrontare crisi e spinte al cambiamento. Tutti, nessuno escluso: dai singoli individui ai gruppi, alle aziende, alle nazioni, fino al mondo intero. […] Per affrontare in modo positivo le pressioni interne o esterne è necessario un processo di cambiamento selettivo, e questo vale tanto per le nazioni quanto per gli individui»¹

Nel suo Crisi. Come rinascono le nazioni, Diamond illustra come la risposta a un insieme di minacce e delle conseguenti sfide da parte dell’individuo o di una nazione risultano controllabili  solo dall’azione dell’uomo stesso e dalla sua forza nell’accettare tale sfida, mostrando quanto la possibilità di affrontarle con successo dipenda dalla volontà di sottoporsi al complesso ma rivoluzionario atto di adattamento al cambiamento. 

In tempi scanditi dall’attesa come quelli attuali, dunque, a entrare in gioco è il sentimento della speranza, meritevole di mantenere viva la fiducia nel progresso e nella modernità ma soprattutto di instaurare nel pensiero corrente la convinzione di un cambiamento non più come qualcosa di edificabile e futuro, ma di strettamente necessario perché imminente. 

Ma a scendere in campo, inoltre, prepotente è il sentimento della paura, nella sua concezione baumiana di paura liquida, generando nell’uomo in stato di emergenza la volontà di rifugiarsi nella sicurezza che l’innovazione può apportare e che, se letta nei giusti termini, potrebbe agevolare il processo di rilettura e rivalutazione che ci viene richiesto, dalla presa di coscienza alla reazione. 

Così inevitabilmente, quella paura liquida che analizzava Bauman, docile e incapace di immaginare alternative, riesce finalmente a farsi solidità e si affida completamente al futuro, più vicino e più attuale che mai, trovando spiragli di positività nella luce emanata dalla concretezza della tecnologia che detta le regole del gioco, ne scandisce i tempi e assicura quasi sempre la vittoria. 

Era il 2010 quando, sul palco del TEDxHuston, Brené Brown, ricercatrice-narratrice come la stessa ama definirsi, invitava il pubblico a riconsiderare la vulnerabilità umana come una potenza dalla quale dar vita a innovazione, creatività e cambiamento, come un sentimento in grado di spogliarci dalle sovrastrutture quotidiane per lasciarsi andare alle paure e, partendo da queste, poter reagire e mettere in atto la trasformazione desiderata. Se è la paura a predominare dunque, che sia punto di partenza per qualcosa di produttivo.

Eppure la retorica distopica che in questi casi è facilmente generata alimenta il sentimento ossessivo del terrore e si intreccia inesorabilmente al metaforico linguaggio che vede la società impegnata in un faticoso assetto di guerra, una rigidità restituita alla volontà di messa in guardia che ci unisce in una battaglia per la vita, retta però da una speranza che imprigiona tutti in un immaginario collettivo di unione e solidarietà.

Ma la guerra, tra le altre cose, superate la desolazione e il terribile spavento, non può che introdurre il cambiamento. Non è fortunatamente la metafora bellica ad averla vinta, se l’idea che la società stia cambiando riesce a non incutere più lo stesso timore, perché, legata a innovazione, la parola cambiamento fa un po’ meno paura. L’estetica del terrore ha qui un risultato nuovo: sprona, spinge l’uomo a dare il suo meglio, ad approfittare di questo tempo rallentato per spingersi oltre le proprie capacità, oltre le proprie idee di realizzazione.

Ed è forse la solidarietà, in definitiva, il valore che in questi casi rende l’individuo degno di essere liberato davvero, di vincere quella che una guerra non è. Solidarietà come sinonimo di progresso. L’evoluzione costretta delle nostre idee scuote di conseguenza la modalità di catalogare le nostre abitudini e soprattutto ci spinge a valutare disparate forme di adattamento, di creatività e fluidità, di bene e di generosità, ed è forse questo, ad oggi, il cambiamento migliore che possiamo augurarci. 

¹J. Diamond, Prologo in Crisi. Come rinascono le nazioni, Einaudi, 2019