Chi è davvero femminista oggi?

Negli ultimi tempi, noto con sempre più frequenza l’utilizzo di temi e retoriche femministe nella comunicazione di molte donne dello spettacolo, soprattutto sui social.

Se da un lato è senza dubbio una conquista, dall’altro però qualcosa stride. Certo, potremmo tutti rallegrarcene con un “purché se ne parli” consolatorio, però c’è qualcosa che non torna. Parte di questo rinascimento femminista sui social sembra piuttosto figlio di una retorica fatta di luoghi comuni e ragionamenti prestampati che pare vogliano dare uno spessore lì dove uno spessore non c’è.

Il femminismo è uno di quei territori estremamente scivolosi in cui addentrandocisi, ancor di più da donne, si rischia sempre di cadere nell’ipocrisia o in un’auto-colpevolizzazione dovuta all’assimilazione delle visioni sessiste che ancora oggi prevalgono nelle nostre società. E’ davvero un argomento complesso, di cui anche da donne non si smette mai di imparare.

Ma oggi, temi e termini importanti vengono usati con frequenza e superficialità, creando molta confusione. Secondo Gianrico Carofiglio, nel suo libro La manomissione delle parole, la progressiva perdita di aderenza delle parole ai concetti e alle cose è un fenomeno sempre più diffuso e “la povertà della comunicazione si traduce in povertà dell’intelligenza, in doloroso soffocamento delle emozioni”. E’ un fenomeno che ha un nome ed è stato studiato da Bob Levy, descritto nel libro di Carofiglio come ipocognizione; ed in parte potrebbe descrivere ciò che sta accadendo sui social.[1]

Prendendo un esempio tra tanti, una nota influencer da milioni di follower definisce il suo profilo Instagram “una rivista sexy e femminista”[2], perché al suo interno mostra il suo corpo senza veli. Insomma, un gesto così rivoluzionario da rispondere esattamente alle richieste dell’industria dell’intrattenimento.

Credo che per quanto spigoloso e antipatico questo ragionamento possa risultare, valga la pena farlo per cercare di capire a che punto si trovi davvero il dibattito.

 

C’è da dirlo, oggi nelle società occidentali i corpi delle donne non sono nascosti e oscurati (quando rispondono a determinati standard e immaginari stereotipati – e non quando si mostrano per quello che realmente sono) ma anzi sono quasi l’unico attributo positivo e convenzionale che ci riguarda.

 

Viviamo in società in cui il corpo femminile è ancora troppo spesso considerato solo un mezzo di intrattenimento e una merce di scambio, in cui una giornalista seria e competente viene ripetutamente presa in giro, ma mi raccomando ‘amichevolmente’, perché non ha la messa in piega o perché porta sempre abiti simili[3] (una cosa che quando la faceva Steve Jobs era perché lui era un genio). In cui alle artiste viene chiesto di abbassare un po’ di più la maglietta e di tirare un po’ su la gonna, tanto che l’ex attrice Meghan Markle ha dovuto chiedere gentilmente agli sceneggiatori che riducessero le innumerevoli volte in cui entrava in scena “avvolgendosi in un asciugamano, levandosi la maglietta”. In cui alle giornaliste di Fox News pare sia stato imposto di mettere minigonne così che attraverso le scrivanie, volutamente di cristallo, si potessero vedere sullo schermo anche le loro cosce[4]. E questi sono solo pochissimi esempi celebri.

Far finta che mostrare il proprio corpo nudo sui social sia al giorno d’oggi un atto rivoluzionario, come se si vivesse in Arabia Saudita, vuol dire ignorare completamente che in realtà è semplicemente un gesto frutto di una libera scelta che peraltro oggi si inserisce in dinamiche di mercato complesse, e molto spesso, sessiste. Far finta che sia lì la trincea è semplicemente fuorviante. Esercitare la propria libertà di scelta non è femminismo, il femminismo è la lotta per l’uguaglianza di genere. Non che mostrare il proprio corpo debba essere giusto o sbagliato: semplicemente non apporta nessun progresso alla condizione delle donne nelle nostre società oggi, e quindi non è femminista. Definirlo così oggi non è solo un’ipocrisia, è uno svuotamento dei significati.

Che cos’è che le donne del XXI secolo, in una società dell’Occidente, si vedono negato? La nostra società ci vieta di essere ‘scoperte’ o piuttosto è uno degli unici modi in cui ci concepisce? La nuova frontiera femminista è davvero pubblicare scatti semi-nudi su Instagram? O quella è semplicemente la scelta di una ragazza libera, e la frontiera si trova piuttosto nella lotta alla disparità degli stipendi, delle posizioni lavorative, nella consapevolezza che le stesse cose dette da un uomo hanno una veridicità diversa, nei pregiudizi, nei compromessi, negli abusi e negli stereotipi sessisti o paternalistici?

Non che ogni donna che pubblichi delle sue foto su un social network debba interrogarsi su questi temi, ma quando si definisce il proprio profilo da 26 milioni di follower un ‘magazine femminista’ probabilmente sarebbe meglio che lo si facesse; se è troppo scomodo farlo si può continuare a godere della propria libertà senza per forza utilizzare temi che hanno ancora troppo bisogno di avere una connotazione cruda e rivoluzionaria prima di sbiadire col tempo.

Portando il dibattito più avanti, e caricandosi di ulteriori responsabilità nel proporre la propria immagine come paladina del femminismo, in un saggio scritto per Harper’s Bazaar[5], la stessa influencer prima nominata definisce lo scopo ultimo del suo lavoro “far accettare le ragazze per quello che sono”.

Sicuramente pubblicare proprie foto è un atto che gli americani descriverebbero come “self-empowering”, ma l’autrice si augura che pubblicare foto del suo corpo sui social sia empowering” per le ragazze in generale. Probabilmente la questione merita qualche riflessione in più.

Gli influencer, dettano, volenti o nolenti, degli standard, dovuti al meccanismo di imitazione che è alla base dei social. C’è un intero mercato che si basa su questo, e l’imitazione non si limita agli oggetti ma si spinge fino alla percezione dei nostri corpi e al giudizio di quelli degli altri. Se prima questi standard estetici erano dati dalle riviste, dalla cui patina si intuiva che dietro c’era un vero e proprio lavoro di squadra, oggi i nuovi mezzi di comunicazione, con la loro immediatezza (tra l’altro nel social network più utilizzato dagli adolescenti e giovani adulti) si prestano ad un’interpretazione senza filtri, non suggerendo minimamente che, come per le foto delle riviste, anche dietro queste immagini social ci sia un vero e proprio team.

Ora, non capisco in che modo pubblicare foto immacolate dall’hashtag #wokeuplikethis su un social in cui le adolescenti hanno lo stesso tipo di accesso e possono pubblicare i loro stessi scatti possa spingerle all’accettazione dei propri corpi spesso imperfetti. Questo senso di perfezione senza filtri può portare invece ad idealizzazioni stereotipate del corpo femminile che alle donne causano più che altro insicurezze.

 

Perché allora definire quel profilo un ‘magazine femminista’? E non semplicemente un profilo? E perché dare per forza una connotazione femminista al proprio lavoro quando questo non lo è?

 

Secondo E. Alex Jung, nel suo articolo The revolution will not be branded[6], il linguaggio della sinistra attivista è diventato una sorta di lingua franca dei social media, in cui ormai dilaga l’attivismo performativo. Se è vero, come dice Smelser[7], che quasi tutti i movimenti rivoluzionari e le loro icone vengono prima o poi assorbiti dalla società e spogliati dei loro significati sovversivi, perdendo attrattiva e soprattutto forza, mi sembra sia questo il caso.

I motivi possono essere molti. Questi profili, come più volte ribadito dagli stessi proprietari, nonostante diano l’impressione di ‘essere’ quella persona, non lo sono affatto; e più i numeri salgono più diventano dei veri e propri brand. E come tali, seguono determinate logiche politiche e di comunicazione per cui accostarsi a certi temi può portare vantaggi e opportunità di brand-awareness. The personal is political, and political is an opportunity for brand awareness”[8]. La vita personale è politica, e la politica è un’opportunità per far conoscere il proprio brand.

Forse per fare un discorso onesto e utile bisogna prima accantonare le false premesse. E renderci conto che nelle nostre società essere femministe è ormai diverso: se vivessimo negli anni ’60, probabilmente si, quel feed Instagram sarebbe un feed ‘sexy e femminista’ . Ma oggi ci ritroviamo di fronte a un problema differente, molto più sfaccettato, se vogliamo più difficile da attaccare. E riportare il dibattito a quello di sessant’anni fa perché è più facile combattere battaglie già vinte comporta solo ignorare e non discutere davvero delle battaglie complesse che tutte noi ci troviamo ad affrontare ogni giorno.

Appropriarsi con superficialità di tematiche rivoluzionarie ancora attive, utilizzando parole e concetti privati del proprio significato non è un bene per nessuno. Le parole sono importanti. “Il parlare scorretto non è per sé sconveniente, ma fa male anche alle anime”[9].

 

 

[1] Carofiglio, G. 2010. La manomissione delle parole, Milano: Rizzoli

[2] https://www.harpersbazaar.com/uk/celebrities/news/a22847165/emily-ratajkowski-says-her-instagram-feed-is-a-feminist-magazine/

[3] https://www.wired.it/play/televisione/2020/05/04/giovanna-botteri-bodyshaming-striscia-la-notizia/

[4] https://www.vogue.com/article/bombshell-movie-fox-news-wardrobe-closet-costumes e https://www.mediamatters.org/fox-news/i-cant-see-her-legs-roger-ailes-rampant-sexism e https://www.mediamatters.org/fox-friends/former-host-gretchen-carlson-pants-were-not-allowed-fox-friends

[5] https://www.harpersbazaar.com/culture/features/a28577727/emily-ratajkowski-sexuality-essay/

[6] https://www.vulture.com/2020/06/the-revolution-will-not-be-branded.html

[7] Smelser, Neil J. 2011. Manuale di Sociologia. Bologna: Il Mulino

[8] https://www.vulture.com/2020/06/the-revolution-will-not-be-branded.html

[9] Da i dialoghi di Platone, Critone. Cit. in Carofiglio, G. 2010. La manomissione delle parole, Milano: Rizzoli

 

Riflettete con noi:

https://www.tedxroma.com/quando-la-lotta-al-cambiamento-diventa-speranza-nellinnovazione/