Ci si interroga spesso sulla natura della tecnologia, e, quando si discute sulla sua essenza, anche in piccolo, chiacchierando tra amici al bar, emerge un’incertezza di fondo che pare irrisolvibile e che porta spesso a polarizzare il dibattito, ignorando tutte le sfumature nel mezzo. Non sembrano esserci mezzi termini: o si crede fermamente in essa, e quindi in una linea ininterrotta di innovazioni tecnologiche che hanno migliorato la vita dell’uomo, oppure si cade nella tentazione di immaginare scenari apocalittici, orwelliani, di futuri distopici da film dell’orrore. Nella maggior parte dei casi, ci si scrolla la questione dalle spalle con un sospiro confuso, arrendendosi al fatto che una risposta chiara sembra non esistere, e che se mai ci fosse, ce ne accorgeremo quando ci brucerà la pelle.

A mettere in dubbio la fiducia nel progresso della tecnica c’è una questione di fondo che non può essere ignorata: grazie allo sviluppo degli strumenti tecnologici si sono sviluppati nuovi strumenti di coercizione, relativi alle sfere più oscure dell’umanità. Tra queste, una delle cose che forse più ci ferisce: gli abusi sui minori.

La diffusione del materiale contenente abusi sessuali su minori è esplosa con la nascita di internet, così come il traffico di esseri umani sul web è cresciuto di pari passo alla crescita del mercato online. Secondo un sondaggio statunitense[1], su 4 bambini salvati da rapimenti, prostituzione forzata o abusi (anche in contesti familiari) 3 dicono di essere stati, ad un certo punto della loro vita, venduti o pubblicizzati online. E drammaticamente, come in ogni annuncio online, anche in questi annunci c’è una foto, un prezzo e una descrizione. Le segnalazioni della presenza di questo tipo di contenuti su Internet al National Centre for Missing and Exploited Children statunitense precedentemente al 2015 erano di circa 450.000 l’anno, dal 2015 superano i 17 milioni l’anno.

Fin qui, credo che se fossimo al tavolino di un bar, la tesi della fiducia nelle creazioni tecnologiche troverebbe pochi consensi. Ma andiamo avanti.

Thorn è un’organizzazione che ha iniziato ad utilizzare la tecnologia e l’innovazione per risolvere questo problema. Fondata nel 2012 da Demi Moore ed Ashton Kutcher, sostanzialmente costruisce software per difendere i bambini dagli abusi sessuali. I due attori hanno organizzato una taskforce tecnologica, unendo gli ingegneri delle più grandi compagnie del web (Google, Facebook, Twitter, Amazon, Microsoft) per far fronte ad un obiettivo comune: salvare più bambini possibili dagli abusi.

Il loro software si chiama Spotlight, e archivia senza sosta milioni di dati dal web e dal deep web: immagini e video di violenze e abusi su minori, annunci di vendita di esseri umani, conversazioni in forum di pedofilia. Poi, permette agli agenti di polizia di cercare o filtrare i risultati in base a un indizio che hanno a disposizione: può essere un numero di telefono, una foto, un’email, una parola chiave, l’età, un luogo, un arco temporale, e altro. Sostanzialmente, crea delle impronte digitali virtuali per ogni contenuto sospetto, e poi sintetizza e ordina i dati per favorirne l’analisi.

Questo sistema viene definito una rete neurale: più il tempo passa, più viene utilizzata, più dati acquisisce, più diventa intelligente. L’uso di algoritmi per analizzare e archiviare questa enorme quantità di dati, piste ed informazioni, permette di districarsi tra di essi ad una velocità che altrimenti sarebbe impossibile: ha velocizzato il lavoro di ricerca della polizia, riducendo del 63% il tempo delle indagini. Per farvi un esempio, utilizzando questo software, la polizia ha ritrovato una bambina rapita in 3 giorni.

I risultati sono impressionanti. Questo strumento, creato proprio con lo scopo di facilitare il lavoro delle forze dell’ordine, è usato da circa 4.000 agenti in 900 agenzie in tutto il mondo, ha portato alla rimozione di oltre 44 milioni di video e immagini di abusi su minori da Internet e all’identificazione di oltre 10.400 trafficanti di minori e di 31.197 vittime di cui 9.380 minorenni, per una media di circa 8 nuovi bambini identificati al giorno.

Due esempi estremamente contrastanti dell’uso della tecnologia: in un caso per fare del male, con efficacia strabiliante, e in uno per fare del bene, con efficacia ugualmente strabiliante.

Guardando ai dati del primo esempio, possiamo atterrire osservando come lo sviluppo tecnologico abbia sostanzialmente fornito nuovi efficaci strumenti repressivi. Ma guardando al secondo esempio, possiamo notare come lo sviluppo tecnologico stia aiutando enormemente le forze dell’ordine a salvare esseri umani.

Da che parte stiamo adesso? Se fossimo seduti al tavolino di un bar a parlare di futuro e di progresso tecnologico, che cosa ne diremmo in merito?

Probabilmente ci aiuteranno a fare chiarezza le parole del co-fondatore di Thorn, Ashton Kutcher, che, in un discorso al Congresso Statunitense, dice questo:

“Io vedo la tecnologia semplicemente come uno strumento, uno strumento senza volontà (will), la volontà dello strumento è quella di chi lo utilizza” e continua: “un aeroplano è un pezzo di tecnologia, e nelle giuste mani è utilizzato per il trasporto globale di massa, nelle mani sbagliate invece è stato usato per schiantarsi sui palazzi”.

Ecco forse perché non riusciamo a definire la natura della tecnologia, a capire se la sua potenzialità sia distruttiva o costruttiva: perché stiamo parlando di noi stessi. Ci stiamo guardando allo specchio. Almeno fino ad oggi, il fine allo strumento che utilizziamo glielo diamo noi: sorprendentemente, siamo ancora al centro del nostro mondo.

E forse proprio perché gli strumenti tecnologici sono strumenti particolarmente efficaci, nel bene e nel male, portano ancora di più ad interrogarci sulla nostra stessa natura, a chiederci chi siamo come esseri umani, e se siamo in grado di tenere tra le mani qualcosa di così potenzialmente costruttivo e così potenzialmente distruttivo. E’ impossibile dare una definizione definitiva della tecnologia perché è impossibile dare una definizione definitiva della natura umana, ed è forse per questo che il progresso tecnologico ci spaventa così tanto.

L’efficacia di questi strumenti mette in luce le nostre fragilità, e le fragilità delle nostre società: riusciremo ad utilizzare strumenti cosi sofisticati ed efficienti a nostro favore, essendo proprio noi a darne l’intenzione? Non so, ma so per certo che questi non sono discorsi da tenersi solamente a un ipotetico tavolino da bar, e sono felice di ascoltare chi ne sa più di me il 4 maggio.

Maria Foti

 

[1]Tutti i dati, le statistiche e i numeri presenti nell’articolo sono presi dai report del 2018 dell’organizzazione Thorn.