di Ivan Turatti

Il fenomeno delle “fake news” è uno dei temi di attualità più discussi. A più della metà degli utenti di internet italiani è capitato di dare credito a notizie false circolate in rete (spesso al 7,4%, qualche volta al 45,3%, per un totale pari al 52,7%): ma quali sono le conseguenze che ciò ha sulla nostra vita e sulla società?

È passato mezzo decennio da quando il co-fondatore di Avaaz, Eli Pariser, ha coniato per la prima volta la frase gabbia di filtri, ma il suo profetico TED Talk – e le sue preoccupazioni e avvertimenti – sono ancora più applicabili ora di quanto lo fossero allora. In un’era di notizie false, contenuti curati, esperienze personalizzate e profonde divisioni ideologiche, è ora che tutti prendiamo la responsabilità di far esplodere le nostre bolle.

Partiamo dall’inizio. Nel loro tentativo di fornire servizi su misura agli internauti (insieme a notizie e risultati di ricerca), le aziende virtuali (web companies) ci fanno involontariamente correre un rischio: rimanere intrappolati in una “gabbia di filtri” che ci ostacola l’accesso a informazioni che potrebbero stimolarci o allargare la nostra visione del mondo.

Spiegato in parole semplici, se l’algoritmo di facebook vede che metto “mi piace”, condivido o commento post di una certa area politica o su uno specifico argomento tenderà a farmi vedere sempre di più post di quelle persone o pagine ed altri contenuti che ritiene simili a quelli per i quali ho espresso interesse o gradimento.

Questo nel tempo farà si che la mia timeline sia sempre meno “plurale”, lentamente mi troverò immerso in una “bolla di informazione” dove mi sembrerà che tutti intorno a me condividano gli stessi contenuti, idee e valori, e quindi mi convincerò sempre di più che quello che leggo anche se non è verosimile sia vero, perchè guarda quanti dei miei amici lo condividono, guarda quante pagine di informazioni e gruppi di cui mi fido portano avanti le stesse idee.

Di più, senza accorgermene, questo avrà ripercussioni anche nella vita reale: inizierò sempre di più a frequentare persone che la pensano come me e specialmente a non “tollerare” chi la pensa diversamente.  

I meccanismi delle “bolle socio-mediatiche” non sono una invenzione dell’era digitale: sono sempre esistite anche se in scala minore. Ognuno di noi nella vita quotidiana tende a passare il proprio tempo con persone che lo fanno sentire a proprio agio e con le quali condivide qualcosa. Le piattaforme web non fanno altro che replicare e portare all’estremo questo comportamento.

Cosa c’entra tutto ciò con il fenomeno delle “fake news”?

Proviamo a portare in scala nazionale o globale le conseguenze di questo tipo di algoritmi, ragionando non come un normale “utente” del web, ma dal punto di una qualunque organizzazione politica o ideologica, il cui obiettivo è convincere sempre più persone delle proprie idee e valori.

Potremmo iniziare a pubblicare contenuti che attirino l’attenzione di chi è “arrabbiato”, “deluso”, “frustrato”. Niente di troppo sofisticato, memi che riportano detti contestualizzati all’attualità socio-politica, chiacchiere da bar, prese in giro dei potenti di turno… insomma, cose che ci permettano di iniziare a fare leva sull’algoritmo per portare gli utenti ad interessarsi ai nostri canali e riempire sempre di più la loro “timeline” con contenuti nostri o simili.

Una volta “presi all’amo” potremmo iniziare a condividere notizie “vere” ma interpretandole da punti di vista estremi, con titoli “allarmanti” il cui unico scopo è portare le persone a cliccare sul post ed entrare nei nostri siti. Questo, oltre a portarci qualche entrata economica, ci permetterà di “fortificare” la gabbia che stiamo costruendo intorno agli utenti, facendoli iscrivere ad una newsletter o convincendoli a guardare contenuti anche su altri canali (es. youtube, twitter, google, ecc…), così da completare il processo di creazione della bolla in tutti i canali in cui gli utenti usano per ricevere contenuti ed informazioni.

A quel punto possiamo iniziare una vera e propria strategia di “inculturazione”, in cui prendiamo video, articoli ed altri contenuti fatti in luoghi o da fonti considerate “istituzionali” e “sicure” e li manipoliamo, decontestualizzandone le parti apparentemente meno importanti. Per esempio, potremmo prendere un servizio di qualche TG straniero riguardante una protesta avvenuta in un altro paese anni fa e metterci sottotitoli ed audio che facciano capire che sta in realtà succedendo oggi e che i nostri media non ne parlano perché censurati.

Insomma, poco a poco troveremo modi per creare intorno ai nostri utenti una realtà alternativa, che mischia verità, parti della nostra visione del mondo o ideologia e “bugie funzionali”. Saranno gli stessi utenti ad auto-alimentarsi, creando contenuti e nuovi canali e prendendo nella rete parti della loro rete relazionale, e noi non dovremmo fare altro che lasciarli fare e stare attenti solo a definire i limiti della narrazione, così da evitare che vadano troppo lontano dal nostro scopo principale.

Ovviamente quanto soprascritto è un caso da manuale, un esempio teorico ma non troppo lontano dalla realtà. Emergono sempre più studi e documenti che raccontano come questo tipo di tecnica venga usata in varie parti del mondo, per destabilizzare nazioni, fare eleggere politici o altri scopi non proprio trasparenti.

Appurato che queste reti di bufalari, per usare un termine più nostrano, esistono e sono operanti, le domande si moltiplicano:

  • Come facciamo a fare “esplodere” queste bolle? 
  • Tutte le persone che sono cadute in queste reti, quanto ci metteranno ad uscirne? 
  • È possibile farle tornare alla “realtà” obiettiva?
  • Cosa bisogna fare per arginare i danni fatti da questa propaganda assurda?
  • Come convincere qualcuno che per anni si è sentito dire certe cose, che in gran parte non sono vere? 
  • E specialmente, cosa possiamo fare noi come individui per provare a non caderci, o uscirne se ci siamo dentro?

Questi quesiti per ora rimangono aperti, ma una certezza c’è: la rete è uno strumento ed usarla nel modo giusto dipende da noi.

Ecco qualche consiglio per una “dieta mediatica” più equilibrata

  1. Usciamo dalla “rassicurante” sicurezza che ci dà leggere articoli o contenuti solo di chi la pensa come noi, e proviamo a mettere mi piace e consultare pagine, siti e persone che la pensino in modo totalmente diverso.
  2. Quando leggiamo una notizia, prima di condividerla o mettere mi piace proviamo a verificarne l’autenticità, magari con una ricerca su google o usando una delle estensioni antibufala che è possibile installare nel proprio browser.
  3. Se vediamo qualcuno dei nostri contatti che condivide una notizia falsa, diciamoglielo ed approfittiamone per diffondere una cultura di maggiore attenzione verso ciò che condividiamo.
  4. Proviamo a dialogare sui social (ma anche nella vita reale) anche con chi la pensa in modo diametralmente opposto al nostro. Forse non saremo mai d’accordo, ma capire il perché qualcuno la pensa diversamente da noi può di certo aiutarci ad aprire la mente ed evitare di rimanere intrappolati nelle nostre convinzioni.
  5. Usiamo tutti gli strumenti che le varie piattaforme mettono a disposizione per segnalare chi crea e diffonde notizie false: una rete più “vera” inizia da noi.

Come ottenere un'informazione neutrale?

Questo è ciò che possiamo fare noi. Ovviamente vanno considerate le responsabilità di chi pubblica e delle piattaforme web: nel dibattito odierno c'è chi pensa che la cosa migliore sia affidare ai big del web il controllo su questi fenomeni, e c'è chi invoca un maggiore impegno del settore pubblico.
E voi cosa ne pensate? come credete sarebbe opportuno regolamentare il mondo dell'informazione in modo da avere un'informazione neutrale ed oggettiva?
By |2018-03-28T17:16:14+00:00dicembre 13th, 2017|Categories: News|0 Comments

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