Una caratteristica lampante che distingue l’essere umano da tutte le altre specie animali è la sua capacità di trasmettere attraverso la cultura tutti quei mezzi di apprendimento e adattamento all’ambiente che nelle altre specie sono innati e trasmessi geneticamente[1].

L’uomo trasmette di generazione in generazione sapere, tecniche, comportamenti tramite la cultura, che può essere definita come tutto quello che “un uomo acquisisce come membro di una società”[2].

Grazie a questa sua prerogativa, l’essere umano ha accumulato nel corso dei secoli una grandissima quantità di nozioni che gli hanno permesso di progredire, di evolvere e di servirsi di strumenti sempre più straordinariamente complessi. Ciò ha portato, notoriamente, a uno sviluppo tecnologico che da due secoli sembra essere ininterrotto, e anzi negli ultimi anni sembra aver triplicato, se non di più, la sua velocità.

Dalla ruota ai sistemi d’irrigazione, al calcolo, alla trasformazione delle energie, alla meccanica, alla computazione, alle intelligenze artificiali. Dalla lancia al click. Pur riassumendole in una sommaria carrellata, emerge come le invenzioni e le strategie creative umane abbiano sempre dettato la nostra storia e il nostro modo di stare al mondo. Oggi però succede qualcosa di diverso.

Non c’è dubbio sul fatto che ci troviamo di fronte a una nuova era. Se me lo permettete, paragonabile a quella della scoperta del fuoco e delle trasformazioni che ne seguirono. Infatti, forse per la prima volta dopo l’esplosione di quello scintillio che chiamiamo fiamma, l’uomo si sta servendo di nuovo di uno strumento che potenzialmente lo può travalicare. Da “padrone delle proprie creazioni”, quale è quasi sempre stato, lo si vede detentore e creatore di uno strumento scalpitante, in continua crescita, che sembra andare ad una velocità tutta sua[3].

C’è una parte di mondo, quella dell’evoluzione tecnologica, che va incomparabilmente più veloce rispetto a molte altre. Non si può fare a meno di notarlo di fronte a quegli stridenti ossimori temporali che si creano proprio al contatto tra i diversi ambiti della nostra società, ad esempio tra quello giuridico e quello tecnologico. Basti pensare alla lentezza e alla difficoltà di capire unanimemente se sia opportuno imporre delle regolamentazioni o dei limiti all’intelligenza artificiale, o al dibattito sul disciplinamento delle azioni dei social network, esploso solo in seguito allo scandalo degli inizi del 2018[4], quando si scoprì che la società Cambridge Analytica si servì dei dati di oltre 50 milioni di utenti Facebook senza il loro consenso per studiarne il comportamento, al fine di targetizzare, molto dettagliatamente, la propaganda di diverse campagne elettorali, tra cui probabilmente quelle delle elezioni presidenziali statunitensi del 2016.

Non so se avete visto il video della testimonianza di Marc Zuckerberg, presidente di Facebook, chiamato a rispondere dello scandalo di fronte al Congresso statunitense. Ecco, osservando quel filmato e i suoi dialoghi a tratti anche goffi, si assiste, quasi figurativamente, sia al problema che alla sfida che ci troviamo di fronte: il problema è quello di non curarsi, parallelamente all’invenzione, degli effetti collaterali delle creazioni umane nate in seguito alla rivoluzione digitale e la sfida è quella di capire come servirci al meglio delle loro potenzialità.

Così come l’uomo si può essere spaventato del fuoco in un primo momento, sprovvisto degli strumenti (anche cognitivi) per controllarlo e contenerlo e poi, grazie alla propria intelligenza, è riuscito ad utilizzarlo in suo favore, alla nostra società ormai globale spetta lo stesso compito: allo stesso modo ci si è acceso tra le mani un nuovo fuoco, la tecnologia, che per molti aspetti ha migliorato e continua a migliorare la nostra vita ma che, sfuggendo spesso al nostro controllo proprio per via della sua rivoluzionaria capacità di svilupparsi esponenzialmente, rischia anche di metterci in pericolo.

In questo momento ci troviamo di fronte a delle grandissime possibilità, e sta a noi elaborare delle strategie per utilizzare la tecnologia unicamente a nostro favore, come sembra suggerire il concetto di Society 5.0, termine coniato da Yuko Harayama, che promuove l’uso dei Big Data e dell’intelligenza artificiale a supporto delle attività umane,[5]senza fini propagandistici o manipolatori.

Ed è solo un approccio critico e consapevole da parte di tutti gli individui coinvolti nella creazione di nuovi strumenti che può trasformare questo potenziale in quella realtà migliore che il progresso ci può offrire.

Maria Foti

[1]Leroi-Gourhan, A. La geste et la parole, 2 voll. Parigi. Cit. in Remottti (1992).

[2]Tylor, E.B. Primitive culture. Resarches into the development of mythology, philosophy, religion, language, art and custom, Londra. Cit. in Signorelli (2011)

[3]Shah, Huma. The Benefits and Risks of AI. Cit. in Academia.edu

[4]Wong, Julia Carrie. “Congress grills Facebook CEO over data misuse – as it happened.” In The Guardian.com. 11 aprile 2018.

[5]Vivante, Nadia. “Society 5.0: come sarà la società che troveranno i nostri figli?” In Tools for smart minds.com26 Mar 2018.